“Ci sono persone che sanno tutto e purtroppo è tutto quello che sanno” (Oscar Wilde)
Il bisogno di sapere, le necessità di capire, l’urgenza di far tornare i conti… trovo siano aspetti di una grave patologia del nostro tempo. Qualcosa che potremmo definire “schiavitù da attitudine razionale”.
Guardiamoci intorno. Troveremo facilmente esseri umani che rincorrono il bisogno di CAPIRE: Capire il perché delle cose, il perché dell’universo e il perché dell’unghia incarnita. Capire come mai stanno male (o, più raramente, stanno bene), capire come arrivare a fine mese o come poter
raggiungere quell’agognata meta, eccetera.
Siamo stati educati a credere che dopo aver capito staremo bene, o almeno meglio. Educare, dal latino Educere= condurre fuori, inteso come liberare da ciò che è di impedimento all’espressione dei propri talenti. Sicché possiamo dire che, anche in questo caso, siamo stati Dis-Educati, in quanto ci hanno portato a credere nella verità della mente (con l’implicita equazione capire = stare bene), che non ha nulla di vero.
Capire fa ordine mentale, ma disgraziatamente non è quello che ci mette in pace. Se fosse così, basterebbe studiare moltissimo per essere degli illuminati. E invece, a ben guardare, ci sono persone tuttosapienti che potrebbero spiegare dettagliatamente ogni cosa e, nonostante ciò, sono ben lontane dall’essere in armonia con se stesse e con la vita. Quindi no, capire non basta. E’ evidente.
E’ uno dei tanti condizionamenti mentali che non potevamo fare a meno di assorbire sin da bambini, essendo cresciuti in una società che ha fatto della razionalità il grande dio a cui inchinarsi senza riserve. E così siamo diventati adulti asserviti all’idea che capire sarà la nostra forza.
Ovvio che, al contrario, si tratta di una servitù che toglie libertà, la libertà di essere così, senza alcun perché. Senza causa né effetto, senza aver bisogno che 2+2 faccia proprio 4. La libertà di poter sentire lo spazio che si crea quando puoi dire onestamente a te stesso: “2+2? facciano pure quel che vogliono!”.
Noto spesso la difficoltà delle persone nell’assumersi la responsabilità di “non sapere”. Spesso viene camuffata con un finto sapere oppure ricorrendo a qualche scenetta del solito noioso teatrino. Come se davvero fosse un grosso problema esporre le proprie aree vulnerabili.
Tuttavia, chi ha imparato a guardare in faccia le proprie vulnerabilità, si sarà accorto che immediatamente sarà stato anche in grado di guardare negli occhi il mondo e dire “Sai cosa c’è? C’è che non lo so”.
Ti sei mai accorto di quanta Forza risiede nel saper incontrare la propria vulnerabilità? Al suo cospetto si comprende chiaramente che quel breve e fugace senso di conquista che regala il minuto successivo all’aver capito qualcosa, non ha nulla a che spartire con la Forza.
Il voler sapere a tutti i costi limita e inibisce il potenziale creativo di cui siamo portatori. Perché quando non so, sono una porta aperta su tutte le possibilità. Non ci sono confini, non ci sono sì e no, non ci sono aspettative, progetti, idee. C’è un vuoto gravido di Vita.
Chi ha compiuto le più grandi opere artistiche che hanno segnato la storia, sicuramente non l’ha fatto a seguito di una decisione razionale. L’artista che riflette, non è artista.
Se decido di dipingere, di scrivere poesie o di fare musica, non sarò un pittore, un poeta o un musicista. Sarò solo qualcuno che si occupa di pittura, poesia, musica. Non è la stessa cosa.
Il pittore non sa perché dipinge, ma sa che non può farne a meno. Il musicista mentre compone non si fa domande, è la musica che lo prende e lui diventa la musica stessa. E’ così per ogni forma di arte, se di arte si tratta.
Arte non è “sapere tutto di quella cosa e realizzarla al meglio” come il cervello raziocinante vorrebbe indurci a credere. Arte è lasciare che la Vita si esprima attraverso me in quel modo. E’ consentire che quella cosa si compia tramite me. E in questo “me”, ovviamente, non è inclusa la
persona che credo di essere, le sue idee, il suo sapere, i suoi concetti, le sue domande e risposte.
Ecco che, paradossalmente, meno so e più posso fare arte della mia esistenza.
Allo stesso modo, potremmo dire, il voler sapere a tutti i costi è mancanza di saggezza; ci rende esuli nella scatola cranica allontanandoci dalla corrente vitale.
Così, potrebbe accadere che un giorno il prezioso mantra “NON-LO-SO” non faccia più tremare le gambe della nostra fievole mente bisognosa di concetti a cui aggrapparsi e potremmo sentire che lo spaventevole ignoto diventa un appassionante mistero da abbracciare e da cui lasciarci
accompagnare. Quel giorno potremo fare l’occhiolino a nuove avventure che avranno il sapore della Verità… e non avremo alcuna voglia di sapere perché.
Siano dunque benvenuti i sacri “NON LO SO” portatori di nuovi bagliori di Vita.
Roberta Pagliani